| ...ecco il parere espresso da alcuni critici sui miei dipinti! |
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Rosa Spinillo Divertenti e giocose, maliziose e sacrali, ammiccanti e irriverenti, così ci appaiono le paffute figure femminili della Brunazzi, donne – bambine che hanno tutte qualcosa in comune nei lineamenti, pur essendo tutte diverse nel significato, che giocano con il loro ruolo e che sdrammatizzano l’importante evento in cui si vengono a trovare, non per loro ma per altrui volontà. La Brunazzi nei suoi lavori, gioca con l’arte e con gli artisti, rivisitando le icone della pittura mondiale, dalle Madonne del duecento alle raffigurazioni sacre di Tiziano, dalle immagini devozionali fiamminghe alla Monna Lisa di Leonardo, fino ai Bacchi del primo Caravaggio, dimostrando sempre una grandissima capacità tecnica e una inesauribile creatività. Le figure paffute e dai colori vivaci, sono un evidente e continuo richiamo al gioco e all’infanzia, bambole immaginarie calate in un contesto non loro e inusuale, in cui però non stonano, dando un tocco originale e irriverente alla rielaborazione di opere famose. Vedendo la “Sorella di Bacco”, ci si immagina la faccia che potrebbe fare Caravaggio se potesse vederla e credo che sicuramente la amerebbe, osservando invece “La Gioconda”, si notano la tecnica precisa con cui l’artista riproduce il paesaggio, la Brunazzi non altera il contesto storico dell’opera, modifica solo la figura e la simpatica bambinetta sostituisce degnamente la misteriosa Monna Lisa. L’artista raggiunge l’apice della sua colta inventiva, in “Donne alla fontana”, un continuo richiamo di sommi capolavori, le figure provengono nella loro composizione dall’opera “Amor Sacro e Amor Profano” di Tiziano, mentre la casa con il lampione nello sfondo è estrapolata “Dall’impero della luce” di Renè Magritte. Nonostante possano solo sembrare giocose e irriverenti pseudo - imitazioni, ci troviamo di fronte a lavori di grande originalità, che ammettono l’importanza dell’arte del passato ma ne rielaborano e ne sdrammatizzano i significati, poiché se l’arte è un gioco effimero, tanto vale giocare fino in fondo. Danilo Sensi Mariarita Brunazzi è una pittrice naif che, con ironia, rivisita i capolavori di antichi maestri e nel gioco divertito dell’imitazione manipola gli ideali di bellezza muliebre tramandati nei secoli, privandoli della loro aura. Di fronte alla celeberrima Gioconda o alla raffinatissima Dama con l’ermellino di Leonardo, ora riprodotte in un’iperbole di rotondità, ci si può ritrovare a sorridere, consapevoli che l’intenzionalità del gesto è infinitamente distante dalla dissacrazione dadaista. I soggetti di Mariarita, paffuti ed enigmatici, hanno occhi malinconici, labbra serrate e corpi morbidi che si muovono su scene fittizie, anche se non prive di punti di riferimento riconoscibili: una piazza mantovana, una casa a più piani, un prato con viole galleggianti. Nessuna verosimiglianza sostiene la struttura del quadro, solo l’ illusione di ritrovare alcune forme consuete, ora spiazzate dalla sproporzione della figura femminile, esageratamente grande rispetto allo sfondo. E’ lei che regna e costituisce la protagonista innegabile della rappresentazione, una donna-bambina che sovrasta tutto ciò che la circonda e si rivolge con uno sguardo interrogativo e aperto allo spettatore. I colori sono caldi, pieni e decisi, le linee che definiscono i corpi sono arrotondate e senza imperfezioni: l’effetto onirico che Mariarita ottiene è il risultato di una immaginazione che ama rimanere innocente e giocosa, e sembra ignorare volutamente le sfumature dell’età adulta. Donata Negrini |